CARDIFF CITY: ANCHE LA GRAN BRETAGNA SI PIEGA ALL’ORIENTE

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Ormai nel calcio moderno ci siamo abituati a qualunque tipo di cambiamento, dai calciatori che passano da una squadra ad un’altra in meno di un anno, ai cambi di presidenza, con l’arrivo delle superpotenze arabe ed asiatiche. Per i tifosi l’unico appiglio rimasto a cui aggrapparsi sono la storia e la tradizione, motivo di vanto ed orgoglio da sfoggiare in qualunque occasione.

Eppure, con l’entrata di soldi freschi provenienti dall’est, in tempi di crisi anche questi valori sembra non abbiano più importanza.

Dopo la surreale storia dell’Austria Salisburgo, dove la nuova proprietà Red Bull aveva addirittura cambiato il nome del club, andiamo direttamente nella vecchia Albione, in Galles, precisamente a Cardiff.

Il Cardiff City FC, fondato nel 1899 come Riverside AFC, nel 2010 passa in mano a Tan Sri Vincent Tan e Datuk Chan Tien Ghee, multimilionari malesi con un patrimonio stimabile in oltre 1,3 miliardi di dollari. Uomini ambiziosi, intenzionati a riportare la squadra in pianta stabile in Premier League, nella massima serie.

Ma per ritornare nell’elite del calcio inglese, per una squadra come il Cardiff gli investimenti devono essere importanti, soprattutto a livello di marketing, creando un prodotto vendibile maggiormente all’estero; e nella mente dei due manager per crearlo serve un restyling totale.

Così arriviamo a maggio di questo anno: tra i tifosi dei Bluebirds iniziano a circolare voci sulla possibilità di un cambiamento, dal nome ai colori sociali, fino ad arrivare al simbolo storico. Per ora solo indiscrezioni, ma che bastano per far partire una forte contestazione verso la dirigenza. A questo punto, per calmare la piazza, sul sito ufficiale del club viene inserito un comunicato con cui la presidenza spiega che questa mossa non era intesa a mutare la storia e la tradizione del club, ma visto il parere contrario dei tifosi, avrebbero abbandonato questa strategia.

Con la piazza calma, la dirigenza può lavorare a fari spenti senza contestazioni esterne. Così arriviamo ai primi di giugno, nel giorno della presentazione ufficiale dei nuovi kit per la prossima stagione. Oltre alle maglie, arriva anche il primo shock per i tifosi: lo storico blu, che ha contraddistinto la squadra per 104 anni, viene messo da parte, usato solo per la divisa da trasferta. Mentre quella principale passa ad un rosso acceso. I tifosi voglio spiegazioni, non è possibile che il colore sociale di un club storico come il Cardiff possa essere cambiato da un giorno all’altro; presto detto : la società ritiene che per vendere all’estero, specialmente in Cina, mercato sempre pronto ad abbracciare la cultura del calcio europeo, il blu non andava bene, essendo un colore che rappresenta funerale e morte. Il rosso invece, sempre secondo la tradizione cinese, simboleggia fortuna ed integrità.

Insieme ai colori sociali, anche lo stemma cambia radicalmente: dall’antico e classico bluebirds, si passa al dragone rosso. Nella mente dei dirigenti, cosa c’è di meglio del drago, simbolo del Galles ed al tempo stesso creatura mitologica cinese, portatore di buon auspicio, per attirare pareri favorevoli in Oriente? Con il simbolo viene inserito anche il nuovo motto, creato ad arte per questo restyling, un freddo e scontato Fire and Passion.

A questo punto l’unica considerazione da fare è che se anche nella Gran Bretagna, paese che della tradizione ne ha sempre fatto un vanto, una società si piega alle decisioni di proprietari stranieri pronti a cancellare oltre 100 anni di storia, quanto ci metteranno ad arrivare anche nel nostro campionato portando questi cambiamenti?

E’ normale che per vendere un prodotto all’estero bisogna importare la cultura di un altro popolo, invece di cercare di ottimizzare al massimo tutto quello che una società storica si porta dietro da anni, simbolo di riconoscimento per qualunque tifoso di calcio?

Marco Mottini

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