Almeyda Shock: Tra alcool, depressione e mancati regali alla Roma

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Forti ombre sulla partita che consacrò la Roma campione d’Italia.

Di Michele De Angelis

Non passerà certamente come scontata l’autobiografia pubblicata recentemente su Matias Jesus Almeyda, “Almeyda, Anima e Vita”, nel quale l’ex centrocampista della Lazio si racconta senza peli sulla lingua.
Escono così rivelazioni sconvolgenti, riguardo la sua carriera in Italia, che oggi sono state riportate dalla Gazzetta dello Sport.
Quello che sul campo era in guerriero, fuori dal rettangolo di gioco si rivela così più bebole di un bambino.

Una salute precaria -“Per tutta la carriera ho fumato dieci sigarette al giorno. Anche l’alcol è stato un problema. Bruciavo tutto negli allenamenti, ma vivevo al limite. Una volta ad Azul, il mio paese, ho bevuto cinque litri di vino, come fosse CocaCola, e sono finito in una specie di coma etilico. Per smaltire, ho corso per cinque chilometri, finché ho visto il sole che girava. Un dottore mi ha fatto 5 ore di flebo. Sarebbe stato uno scandalo, all’epoca giocavo nell’Inter. Quando mi sono svegliato e ho visto tutta la mia famiglia intorno al letto, ho pensato che fosse il mio funerale”.
Anni d’oro in biancoceleste – I suoi ricordi migliori sono indubbiamente legati alla Lazio, dove formava un formidabile centrocampo assieme a Veron e Simeone: “ Alla Lazio si è visto l’Almeyda migliore. Ero tra i più bassi quindi ho allestito una palestra a casa per rinforzarmi , tiravo anche di boxe. Là mi sono fatto tatuare l’indio sul braccio. la mia bisnonna lo era. Andavo all’ allenamento con i jeans a pezzi a volte senza maglietta, con una striscia a legare i capelli lunghissimi: pensavano fossi proprio un indio. Un giorno mi sono vestito come un gaucho…”

Doping e combine negli anni di Parma – “A Parma ci facevano una flebo prima delle partite. Dicevano che era un composto di vitamine, ma prima di entrare in campo ero capace di saltare fino al soffitto. Il calciatore non fa domande, ma poi, con gli anni, ci sono casi di ex calciatori morti per problemi al cuore, che soffrono di problemi muscolari e altro. Penso che sia la conseguenza delle cose che gli hanno dato”. Molto gravi anche le sue rivelazioni riguardo Roma -Parma, partita dell’ultima giornata del campionato 2000-01 che regalò lo scudetto ai giallorossi: “Sul finire del campionato 2000-01, alcuni compagni del Parma ci hanno detto che i giocatori della Roma volevano che noi perdessimo la partita. Che siccome non giocavamo per nessun obiettivo, era uguale. Io ho detto di no. Sensini, lo stesso. La maggioranza ha risposto così. Ma in campo ho visto che alcuni non correvano come sempre. Allora ho chiesto la sostituzione e me ne sono andato in spogliatoio. Soldi? Non lo so. Loro lo definivano un favore…”.

Una depressione tanto inaspettata quanto devastante – “E’ iniziata a Milano. Due infortuni, troppo tempo senza giocare. Pensavo e pensavo. Un giorno non sentivo più la mano, quello dopo avevo perso la sensibilità nella metà del corpo. All’Inter c’era una psicologa. Mi diagnosticò attacchi di panico e prescritto una cura, ma non le ho dato retta. Ho capito che dovevo fare qualcosa quando mia figlia mi ha disegnato come un leone triste e stanco. Da allora tutti i giorni prendo antidepressivi e ansiolitici. Le chiamo le pillole della bontà, mi fanno essere più buono”.

Per il guerriero le partite non sono ancora finite, è il momento di raccogliere le forze, è il momento di non mollare, è il momento di tornare a vivere.

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