Calcio shock. Morire per una distorsione alla caviglia

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Nuovi sviluppi in merito al tragico avvenimento di Bologna

di Michele De Angelis

Questa è una storia avvenuta lontano dai campi di gioco ma che sta suscitando grande scalpore perché scaturita da una situazione banale e che non avrebbe certo dovuto degenerare in tale modo.
La distorsione alla caviglia è un infortunio molto diffuso, che possa dar fastidio a lungo è un conto ma tanto da portare alla morte sembra assurdo. Infatti dopo il decesso di un uomo di 56 anni, a Bologna, è arrivato un avviso di garanzia al medico che lo aveva in cura.

A presentare la denuncia è stata la moglie Crocetta Cosentino che al Resto del Carlino ha dichiarato “Non si può morire per una distorsione alla caviglia. Mio marito prima della caduta stava benissimo. Era un uomo grande e grosso, forte. Ora non c’è più e io chiedo giustizia, affinché tragedie come la sua non capitino mai più”.
Il decesso di Eugenio Flaviano, libero professionista, risale al febbraio scorso, ma l’avviso di garanzia al camice bianco è stato inviato dalla Procura nei giorni scorsi. Il sospetto è che la terapia a base di eparina sia stata somministrata in dosi insufficienti e che per questo sia sopraggiunta una fatale tromboembolia.

Tutto è iniziato l’11 gennaio scorso, quando Flaviano è inciampato per strada in un tombino sporgente. Sulle prime, racconta sempre il quotidiano bolognese, non dà peso alla cosa, ma il giorno dopo, visto il perdurare del dolore, va con la moglie all’ospedale Rizzoli. Dopo gli esami viene diagnosticata una distorsione e la caviglia viene ingessata. La prognosi è di 30 giorni e a Flaviano viene prescritto un farmaco anticoagulante. Il gesso crea però fin da subito disagio al paziente che, una volta a casa, avverte prurito e fastidio.
Durante la prima visita di controllo, il 27 gennaio, secondo l’esposto presentato dalla famiglia tramite l’avvocato Domenico Morace, Flaviano viene visitato da due infermiere. Nei giorni seguenti la situazione peggiora: oltre al prurito, arrivano un senso di freddo alle dita del piede, dolore toracico, fatica a respirare, dolore alla gamba. Nella notte fra il 3 e 4 febbraio Flaviano chiama la guardia medica che, al telefono, consiglia un antifiammatorio. La mattina successiva l’uomo ha colpi di caldo e tossisce sangue. Lunedì, cioè il 6, Flaviano chiama il medico di famiglia. Gli descrive i sintomi e il medico, che lo segue da tempo, gli prescrive via telefono tachipirina e gli fissa una visita per 4 giorni dopo, cioè giovedì 9.

Quando arriva in ambulatorio, giovedì, Flaviano è in condizioni critiche. Aspetta un’ora prima di essere visitato, poi il medico lo manda al pronto soccorso dell’ospedale Sant’Orsola. Il paziente entra al policlinico alle 17 e gli assegnano un codice giallo. Alle 19 lo visitano. Ma è troppo tardi. Poco dopo le 20, muore per una tromboembolia polmonare. Secondo il perito della famiglia, l’iniziale terapia a base di eparina fu insufficiente e il mancato intervento immediato del medico di famiglia, quando fu contattato lunedì 6 febbraio, ha fatto il resto. (Tgcom.it)
Una vicenda da brividi che riflette ancora una volta la superficialità che pervade tanti settori del nostro paese.

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