Calcio story, l’Avellino in serie A: i dieci “scudetti” di una città

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di Carmine Guarino

Bill Shankly disse: “Alcuni pensano che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. Posso assicurarvi che è molto, molto di più”. Per l’Avellino che nel 1978 si appresta ad esordire in serie A, il calcio diventa proprio quel “molto di più”. È una storia che oggi si fa fatica soltanto ad immaginare. È l’occasione di farsi conoscere agli occhi dell’Italia intera, è l’opportunità di rivalsa sociale nella storica “guerra” nord contro sud. Il piccolo Avellino si trova ad affrontare le grandi d’Italia, è Davide contro Golia. È il via di un romanzo, che nemmeno il più grande scrittore sarebbe stato in grado di raccontare. I lupi riescono a salvarsi per dieci anni consecutivi, lanciando nel calcio Tacconi, Juary e l’indimenticabile capitan Lombardi. I biancoverdi si tolgono numerose soddisfazioni riuscendo nell’impresa di battere la Juve di Platini o il Napoli di Maradona. E soprattutto dimostrandosi capaci di superare qualsiasi avversità, anche le più tragiche. È il campionato 1980/81 l’Avellino parte con cinque punti di penalizzazione e riesce ad abbandonare l’ultimo posto in classifica soltanto il 23 Novembre grazie alla vittoria per 4-2 contro l’Ascoli. La città è in festa, i bambini ballano a ritmo di samba imitando il loro idolo Juary e tutti sono convinti che ancora una volta quel personalissimo scudetto, chiamato salvezza, sia possibile. Alle 19:34, però, la terra comincia a tremare e smette solo dopo sessanta secondi di terrore e tremila morti. La città è distrutta, le persone cercano i propri familiari sotto le macerie e i giocatori sono in strada disperati ed impauriti. “C’erano delle situazione drammatiche, morti a terra e gente che tirava i propri cari dalle macerie – racconta Salvatore Di Somma, storico capitano biancoverde – ma una signora mentre piangeva mi disse: ‘Salvatore, hai visto che è successo? Però oggi che bella vittoria abbiamo fatto”. Ecco cos’è diventato il calcio ad Avellino. I giocatori capiscono che a quella gente non resta nient’altro se non la propria squadra del cuore e proprio non si può deluderli. Anche quell’anno, pareggiando all’ultima giornata contro la Roma, in casa, l’Avellino si guadagna la permanenza in A. I capitolini lottano per lo scudetto ma vincere ad Avellino è quasi impossibile, come racconta la “Legge del Partenio”. Ogni domenica ci sono quarantamila indiavolati a fare il tifo per il Lupo e a ricordare ai giocatori che stanno difendendo l’orgoglio di un’intera provincia. Il libero traccia una linea immaginaria ai confini dell’aria e per gli attaccanti avversari superare quella linea è un affronto ai difensori prima, e all’intera provincia poi. È una questione di appartenenza, di radici, è molto di più del semplice gioco del calcio. È una sorta di magia, una perfetta intesa fra il popolo irpino e quegli undici giocatori con la maglia biancoverde che lottano in campo. L’incantesimo si interrompe nel campionato 1987/88 quando l’Avellino giunge 15esimo e retrocede in B, dopo aver vinto 10 “scudetti” consecutivi. Ci sono vittorie che non ti lasciano tricolori o stelline sulle maglie ma che ti consegnano alla leggenda. E ogni volta che qualcuno ricorderà Avellino come la squadra dei dieci anni di serie A quella leggenda brillerà più forte, proprio come una stella.

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