Punto Palermo: pari che non colpisce ma ferisce

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Di Mario Cicerone

Un’apnea sportiva e agonistica traluce sul filo su cui il Palermo, residente all’ultimo piano della classifica della nostra Serie A, è appeso. Il pari contro il Pescara è il chiaroscuro di una partita patta che non colpisce ma che ferisce. Serviva di più, senza dubbio. Servivano i tre punti.

La partita – Una trama di pioggia e grandine fitta colora il terreno di gioco di scie e nembi grigiastri che aleggiano all’orizzonte sulle due squadre. Malesani – esordio sulla panchina rosanero per lui – affida la propulsione offensiva della sua squadra al duo Dybala – Fabbrini. Bergodi risponde con il trio Celik – Caraglio – Caprari e affida la regia di un gioco propositivo sin dall’inizio a un D’Agostino dal piede caldo e ispirato. Il Palermo arretra e riparte: le due occasioni rosanero più ghiotte sulla testa di Munoz al 33’ e sui piedi di un acerbo Dybala, innescato al 44’ da un Fabbrini pungente e affilato. Il secondo tempo è più vivo. Malesani sostituisce Dybala con un Boselli subito in partita. Al 14’ l’attaccante argentino tenta di ravvivare la manovra rosanero, calcia, palla deviata che rimpalla sui piedi di Dossena: il numero 8 non colpisce al volo. Ascende l’inerzia del Pescara: al 16’ Caprari ha il privilegio di firmare la partita, invano. Sarà sostituito poco dopo con Bjarnason. Cambio azzeccato: al 28’ cross di D’Agostino e testa vincente proprio del nuovo entrato Bjarnason. È 1 – 0 Pescara. Il Barbera insorge e preme: il Palermo non può, non deve, perdere.  Indomita l’inerzia finale: al 35’ Fabbrini è liberato da Munoz di testa. L’attaccante – sugli scudi per tutto il corso della partita – non sbaglia. I rosanero assurgono in una climax emotiva vertiginosa, invano. Per il rammarico del rado pubblico presente, il risultato finale è 1 – 1 .

Luci – Rade e smorte come in un tripudio di fiamme tremolanti. Poi, se non si vince, è più facile che le luci lascino spazio alle ombre.

Ombre – Una selva oscura impregna adesso ogni minimo movimento. Il baratro è molto più di una eco lenta e inesorabile. Il coraggio scevro della giusta alchimia di fortuna e freddezza sotto porta può a volte anche esser inibitorio per il raggiungimento finale dei tre punti. La paura di soccombere è forte.

Quel che verrà – Chievo – Palermo è quel che alle porte rosanero si presenta con la stessa gravità di un santo sepolcro. Inutile dire quale sia l’imperativo categorico e morale: vincere.
La partita – Una trama di pioggia e grandine fitta colora il terreno di gioco di scie e nembi grigiastri che aleggiano all’orizzonte sulle due squadre. Malesani – esordio sulla panchina rosanero per lui – affida la propulsione offensiva della sua squadra al duo Dybala – Fabbrini. Bergodi risponde con il trio Celik – Caraglio – Caprari e affida la regia di un gioco propositivo sin dall’inizio a un D’Agostino dal piede caldo e ispirato. Il Palermo arretra e riparte: le due occasioni rosanero più ghiotte sulla testa di Munoz al 33’ e sui piedi di un acerbo Dybala, innescato al 44’ da un Fabbrini pungente e affilato. Il secondo tempo è più vivo. Malesani sostituisce Dybala con un Boselli subito in partita. Al 14’ l’attaccante argentino tenta di ravvivare la manovra rosanero, calcia, palla deviata che rimpalla sui piedi di Dossena: il numero 8 non colpisce al volo. Ascende l’inerzia del Pescara: al 16’ Caprari ha il privilegio di firmare la partita, invano. Sarà sostituito poco dopo con Bjarnason. Cambio azzeccato: al 28’ cross di D’Agostino e testa vincente proprio del nuovo entrato Bjarnason. È 1 – 0 Pescara. Il Barbera insorge e preme: il Palermo non può, non deve, perdere. Indomita l’inerzia finale: al 35’ Fabbrini è liberato da Munoz di testa. L’attaccante – sugli scudi per tutto il corso della partita – non sbaglia. I rosanero assurgono in una climax emotiva vertiginosa, invano. Per il rammarico del rado pubblico presente, il risultato finale è 1 – 1 .
Luci – Rade e smorte come in un tripudio di fiamme tremolanti. Poi, se non si vince, è più facile che le luci lascino spazio alle ombre.
Ombre – Una selva oscura impregna adesso ogni minimo movimento. Il baratro è molto più di una eco lenta e inesorabile. Il coraggio scevro della giusta alchimia di fortuna e freddezza sotto porta può a volte anche esser inibitorio per il raggiungimento finale dei tre punti. La paura di soccombere è forte.
Quel che verrà – Chievo – Palermo è quel che alle porte rosanero si presenta con la stessa gravità di un santo sepolcro. Inutile dire quale sia l’imperativo categorico e morale: vincere.

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